Un mare di ricordi

Un racconto dedicato ad Altin che ha realizzato il sogno di un bambino

 

Un giorno, la scorsa estate del 2019 al rientro all’AVB Altin mi ha proposto il salvataggio di una barca. Già pensavo a una barca a vela da portare e lasciare in Grecia l’estate successiva. Una barchetta che non mi desse troppi pensieri e non richiedesse investimenti. Poco dopo mi ha presentato una Finn. Assai malridotta, parti da ricostruire, per barra del timone un tubo dell’acqua,

scoperta sotto al sole ed una vela triste accartocciata sul fondo. Messa subito in acqua per un giretto di prova sono rimasto fuori parecchio, una bella sensazione e ... un bel travaso dal lago nel doppio fondo e tra i piedi!

Ero già innamorato e a nulla valsero le esortazioni e consigli a lasciar perdere. C’è di meglio, chi te lo fa fare, eccetera. Dovevo salvarla.

Un mesetto tra una cosa e l’altra con Mirek a ricostruire, verniciare, lucidare, montare.  Non ho esperienza di vetro resina così ho lasciato fare e mi sono limitato a tornire un piede per l ‘albero in Delrin e poco altro. Ho conservato il bullone su cui ruotava la deriva, tanto consumato ed arrugginito che al centro lo spessore era ridotto a un mm. Ancora qualche minuto di scorribande

nel lago e la lama sarebbe stata persa per sempre. Adesso sento di conoscere il Finn anche se non ancora abbastanza. Ho anche letto tutto quel che ho potuto trovare in italiano ed in inglese.

Soprattutto Finnatics, una raccolta di articoli consultabili sul vecchio sito della classe Finn di cui qui riporto l’elenco.

La Nautivela a casa
La Nautivela a casa

Perché lei? Perché questa Nautivela vecchia e malandata? Per comprendere i motivi di questa scelta dissennata dobbiamo tornare indietro di mezzo secolo e più e spostarci a Genova. Ed ecco il racconto. E’ passato così tanto tempo che realtà ed immaginazione si confondono.

 

Un mare di ricordi

 

Mio padre nei ritagli di tempo, forse un anno, aveva ricostruito un vecchio beccaccino nel cortile del condominio. Carena e coperta nuove, ampie trasformazioni interne. Due belle panchette correvano dai frangiflutti fino allo specchio di poppa. Semplicissima non aveva ne vang ne ghinda ne carrelli, un albero in alluminio (perché quello in legno non gli dava sicurezza) e boma in legno. Le sartie doppie, quelle posteriori lascabili per poter orientare meglio la randa nelle andature di poppa. Ricordo almeno dieci gallocce.

Mio padre tagliò e cucì le vele di un bel cotone da mare “cattivo” con la Singer. Vele robuste, immortali.

La barca la tenevamo in un posto riservato a coloro che gravitavano intorno al porto, naviganti e impiegati. Molti i gozzi di pescatori dilettanti, alcune vele. FY, Snipe. Dei ragazzetti che frequentavano io ero il figlio di un ex capitano di lungo corso, un altro di un comandante di un rimorchiatore, un altro ancora della piattaforma petrolifera eccetera. Scorrazzavamo con gli Snipe, come si chiamano oggi, per il porto petroli dietro la diga foranea e la pista dell’aeroporto. Ci avevano insegnato alcune cose fondamentali.

Conoscevamo lo scarroccio e la deriva, valutavamo se potevamo uscire o no, le intenzioni e il movimento delle navi, se mettere il becco fuori dalla diga verso Voltri o no. Valutare distanze e tempi era uno dei giochi preferiti. Andavamo avanti e indietro nelle acque dove questo inverno sono state avvistate le tre orche. Non ci venivano imposti limiti e pensavamo di essere liberi anche se a posteriori sono sicuro che qualcuno da terra ma più facilmente dal mare mentre lavorava, ci teneva d’occhio. Almeno i primi tempi. Anche più tardi, a sedici anni, quando liberi dalla scuola lavoravamo alla Compagnia Unica come scaricatori (i famosi camalli) mi capitò di intravvedere mio padre tra le mancine i vapori e i carri ferroviari venuto di soppiatto a sincerarsi di cosa facessimo e come.

Andavamo in barca in jeans e piedi nudi o con le Adidas. Nessuno con la muta, che credevamo utile solo ai sub. Uscivamo dalla fine di marzo fino ad autunno inoltrato. La barca era piena di camere d’aria della Vespa. Vi sembrerà impossibile ma non conoscevamo la abbattuta. Ci era proibita, se volete. Se volevamo virare in poppa però il sistema c’era. Da due gallocce alla base dell’albero correva una cima che impegnati due bozzelli in testa d’albero correva ai due lati della randa fino a girare intorno al boma. Un amantiglio. Per virare, prima di cambiare mura, cazzavamo l’amantiglio ed il boma sollevandosi toglieva ogni efficienza alla vela. Sull’altra mura si riabbassava il boma. La manovra ci era utilissima anche arrivando in banchina, potevamo accostare anche da sopravvento. Mettere le barche in acqua e tirarle su era facilissimo, lo scivolo era adiacente alla banchina ed il verricello elettrico. Eravamo autonomi. E non ci bagnavamo nemmeno i piedi.

Non sapevamo di federazioni o leghe né di regate. Eravamo figli di marittimi e le barche non erano uno sport ma un gioco propedeutico al lavoro dei grandi, al cargo, al rimorchiatore, alla grande nave passeggeri. Soprattutto da piccoli vivevamo in porto. E c’era sempre un portuale, un mancinante, un magazziniere che ci ronzava intorno a guardia. A volte il Rosso e la Bianca, due cagnoni dei magazzini che più meticci non si può.

Ricordo la Michelangelo e la Raffaello ed eravamo un giorno si e l’altro anche sulle scialuppe degli americani per l’ennesimo giro sulla USS Saratoga. Un sommergibile italiano ormeggiato nel porto vecchio mi sembrò piccolissimo.

Dietro al porto, le rovine dei bombardamenti e il luogo dove c’eraprima della guerra l’appartamento di mio padre. Nel ’39 fu militarizzato, imbarcato e successivamente internato in Germania.

Bergen Belsen gli tolse il sorriso per sempre e la salute per molti anni. Non ricordo di aver visto mio padre ridere, mai. Era un caso evidente di stress post traumatico, una patologia sconosciuta al tempo. Di lui mi è rimasto poco. Tra le cose un mucchio di carte della collezione americana anni ‘60 e il timone del vecchio beccaccino.

Ma insomma io non ero consapevole. Sognavo l’astratto invece di apprezzare la fortuna che avevo. Una sfortunata condizione che accompagna molti tutta la vita.

Nel cassetto del comodino avevo un piccolissimo libriccino con dei disegni di barche a vela. Il beccaccino ma anche LA “Finn”. A proposito perché dovremmo usare un articolo maschile se è una barca, quindi femmina? Gli anglosassoni si riferiscono a lei con she non he.

Forse a causa del nome, insomma mi intrigava. Forse perché si portava da soli? L’avventura raggiunge livelli più alti quando non è condivisa e si è responsabili di se stessi senza possibilità di aiuto.

Il Finn rimase virtuale, non ne vidi neanche uno dal vero. Di sicuro ce ne era dall’altra parte di Genova, al di là del porto vecchio, a levante, dove si andava in barca solo d’estate e per sport. Passarono in fretta pochi anni.

Le barche erano un gioco, crescendo si smette di giocare e la vela divenne occasionale. Diventammo naviganti, chi sul mare e chi per aria tutti dietro a una bussola. Ma il ricordo dello Snipe e la figurina del Finn rimasero lì da qualche parte.

Ed ecco, cinquanta anni dopo entra in scena Altin che mi presenta…un Finn Nautivela, I-703, albero Needlespar, anno 1972, primo proprietario la FIV, viale Brigate Bisagno 2, un civico da dove sono passato centinaia di volte.

In abbandono.

Durante i lavori di ripristino a condizioni accettabili ho raccolto articoli. I migliori in inglese. Riguardano la storia e l’attrezzatura della barca. Diventata molto diversa da quella delle barchette di allora. La mia in particolare assomigliava a quella del film “Sabrina” con Humphrey Bogart e Audrey Hepburn ma molto più piccola. Soluzioni anni trenta.

Le nostre erano così. Semplici.

Ma tanto noi non regatavamo. Evitavamo navi nel porto petroli come enormi boe.

Fuori, i rimorchiatori fischiavano per spaventarci.

Il “nuovo” Snipe sul lago. Costruito da Disiot nel 1972 a Genova.
Il “nuovo” Snipe sul lago. Costruito da Disiot nel 1972 a Genova.

 

In calce a questo racconto vi suggerisco la lettura di Finnatics e il sito

regattaactiveimages.com

Vi invito a leggerli ed a scaricarli per stamparli. Magari un giorno spariranno dal web.

1 - Cercate su classefinn.it “FINNATICS”.

Troverete questa pagina indice:


Finnatics non vi deluderà.

Gli argomenti sono raccolti con freschezza e varietà. Tracciano le storie dei costruttori, degli atleti, di barche e di norme. Tra gli atleti Raudaschl.

Raudaschl, il disegnatore della mia Magic che é stata soprannominata all’AVB “il piccolo Soling”. 

Non solo regatante ma disegnatore, costruttore di barche e velaio. Vincitore di una Finn Gold Cup con una barca di legno costruita in casa e spinta da una vela cucita nel suo laboratorio quando il legno sembrava ormai un materiale perdente.

Vedrete, leggendo gli articoli di Finnatics, che le norme via via dettate per la realizzazione delle barche testimoniano lo sforzo continuo per la ridistribuzione dei pesi nel rispetto del progetto iniziale nel tentativo di rendere rigida ed elastica al tempo la barca nelle varie situazioni e manovre e che i materiali sono stati sempre oggetto di compromesso.

Almeno inizialmente il contenimento dei costi era uno degli obiettivi primari. Le barche erano costruite d’inverno in garage dagli appassionati, non solo nei cantieri. Si cercava di tutelare i loro sforzi e competitività. In seguito la semplicità di costruzione e la economicità dei materiali è passata in secondo piano infatti il costo di un moderno Finn va oltre quello che sarebbe lecito aspettarsi.

Solo un paio di cantieri possono costruire barche tanto sofisticate quanto lo consentono le norme attuali. Questo ha favorito un paio di cantieri ma ha senza dubbio limitato il numero totale delle nuove barche e fatto aumentare i prezzi.

La prossima olimpiade sarà l’ultima per il Finn. Poi scemando l’interesse in mancanza del podio i cantieri che fanno barche esasperate cesseranno presto la produzione o la limiteranno fortemente. 

Alcune delle vecchie barche avranno fortuna e potranno respirare. Abbandoneranno gli elastici, le drizze che segano le mani senza guanti, i timoni scomodi che fanno corpo unico con le loro barre, le vele buone solo per una regata o una stagione, magari saranno dotate di una galloccia per potersi fermare da qualche parte, di una vela di superficie ridotta. Diventeranno barche più comode per

divertirsi, correre, passeggiare, esplorare, tuffarsi. Almeno idealmente la mia è già così. Una barchetta dalle linee bellissime, amica, da usare senza soggezione.

Spero di non offendere con ciò la sensibilità di qualcuno. Quel che intendo dire è che una macchina sportiva può dare delle soddisfazioni anche a velocità bassa su una bella strada panoramica.

Sono stato sconsigliato nella scelta del Finn. E chissà quanti altri.

Eppure sul sito anglosassone che vi segnalo il Finn viene presentato come una barca adatta a tutti i pesi, età, giovani e non giovani, ragazze. I limiti fisici quindi meteorologici a quanto pare non riducono affatto il piacere di condurla.

Sul sito regattaactiveimages.com - finn sailing trovate innumerevoli fotografie e filmati sulle regolazioni del Finn. Bellissimo ma impossibile da copiare per riprodurlo qui direttamente. Oltre tutto occuperebbe uno spazio troppo grande. E’ una vera miniera di informazioni molte delle quali trasferibili su qualsiasi imbarcazione.

 

Buone letture!

Franco

Con Raudaschl. Sullo sfondo un gruppo di Magic.
Con Raudaschl. Sullo sfondo un gruppo di Magic.
Nella fotografia sottostante, sotto la tettoia, il Finn di Raudaschl.
Nella fotografia sottostante, sotto la tettoia, il Finn di Raudaschl.